Dal diario del giovane Primo Mazzolari

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Nell'agosto 1912 il convento clarense di san Bernardino, al tempo abitato dai padri benedettini della congregazione di Solesmes, ospitava per circa tre settimane il giovane Primo Mazzolari, nell'imminenza della sua ordinazione sacerdotale.
Così egli, nel suo Diario, descrisse i suoi brevi giorni in terra clarense:

5 agosto 1912. Lunedì. Souvenirs bénédectins. - Sono le nove. Ho chiuso l'uscio della mia cella e mi pare d'aver chiuso dentro in questa piccola "cellule" bianca di luce elettrica, tutta la pace e il silenzio del convento. Sono arrivato alle 10 e mezza di stamane col diretto Venezia-Milano. Ho lasciata insalutata la cittadina di Chiari e mi sono indirizzato subito al convento, dove padre Estrangin, delicata e simpatica figura di "père hôtelier", m'accoglie con carità cristiana e gentilezza francese. Il convento è a 700 metri dalla stazione, in mezzo ai campi pieni di verde e di silenzio. Non è un fabbricato imponente per mole o per pregi artistici. Un tempo doveva essere discreto, ma in poco meno di cento anni ha subìto tante trasformazioni così da perdere oltre alla fisionomia di casa religiosa ogni ricordo di bellezza. Prima lo tenevano i padri francescani; poi passò alla congregazione di carità, che l'affittò ai gesuiti, perchè‚ vi tenessero un collegio; al vescovo, che vi trasportò per tre anni il seminario; al governo, che nel '59 lo adibì ad ospedale militare; a un industriale, che ne fece una fabbrica di concimi; finalmente venne comprato da un ricco prete di Chiari, che lo offrì ai benedettini della congregazione di Solesmes, presso i quali sono ospite. Espulsi di Francia nel 1901 essi hanno vagato per qualche tempo in alcuni conventi della val d'Aosta e del lago di Como. Da due anni hanno fissato qui la loro dimora d'esilio, perchè‚ essi vivono con l'anima volta alla Francia, dove sperano di poter presto o tardi ritornare e ne hanno una nostalgia, delicatamente sentita, che si diffonde dagli occhi mobili e intelligenti dei monaci giovani e nella calma serena dei vecchi. Una raccolta di fotografie dei conventi abitati è intitolata "ricordi d'esilio": una veduta presa all'aurora su un picco, rivolta verso la Francia, "in Francia col cuore". Saranno una quarantina coi fratelli laici: molti vecchi e ammalati: dei giovani pochi hanno una salute fiorente. Prima di pranzo, il padre abate viene ad incontrarmi sull'uscio del refettorio e mi lava le mani. Sante tradizioni dell'ospitalità, quanta bellezza di carità cristiana conservate! Come leggono bene l'Ufficio e come cantano bene il gregoriano! I vespri, accompagnati da un tocco delicato di armonium, mi commossero fino alle lacrime. Spero di potermi preparare bene.

6 agosto 1912. Martedì. Mi sono alzato alle quattro coi padri, e son sceso con loro per il mattutino. Come pregavano bene. Anch'io dico l'ufficio benedettino. Padre Estrangin viene alla sera a dirmi l'ufficiatura del giorno seguente e con un sorriso mi augura la buona notte. Sono entrato in chiesa alle quattro e mezzo e quando uscivo suonavano le sette. Due ore e mezzo in Chiesa! cosa insopportabile se il tempo non volasse. Era la novità, era la recitazione, il raccoglimento? non so: so che non mi sono annoiato. Alle nove terza, messa cantata, sesta fino alle 10,30. Terminata la messa sono uscito con un chierico, pure ospite del convento: visitammo Chiari, pulita cittadina con una bella Chiesa, un brutto ginnasio ed una discreta biblioteca, la Morcelliana, dal nome dell'abate Morcelli, celebre epigrafista latino. Oggi ho avuto modo di guardarmi un po' d'intorno, fissare le fisionomie più caratteristiche, i particolari più rilevanti. Di ospiti siamo in tre: un colonnello, un chierico, io. Del colonnello non so né il nome né la città: so che è italiano, "très italien", come ama definirsi nel gustoso e maccheronico francese che s'ingegna a parlare con disinvoltura. Dal berretto, mi pare dell'arma d'artiglieria e sembra possedere una buona dose di simpatica originalità. Egli è ospite del convento da un anno e due mesi, è quasi di famiglia. Gli italiani monaci sono tre: Fratello Lamberti, suddiacono, è un tipo di giovane signorilmente educato e d'una garbatezza tutta italiana. Dev'essere di Lenno comasco e di famiglia cospicua: lo tradisce l'eleganza dei modi e del portamento. Après le souper, l'Abate ci ha favorito a compagno un novizio già prete della diocesi di Perpignan e curé di tre parrocchie. Egli è venuto in religione da soli pochi mesi ed è l'ultimo dei novizi, ma il più promettente per salute. Ha un viso di giocondezza consolante, e solo quando mi parlava delle condizioni disastrose della sua Francia scorgevo una leggera nube sorvolare su tanta serenità di anima. Come si vive bene vicino a queste anime esiliate, piene di bontà affettuosa!
Sullo stemma dell'abbazia sta scritta la parola di Gesù alla Maddalena dalla quale la congregazione prende nome "dilexit multum". E ben le s'addice, per la carità che si sente aleggiare e salire da ogni cuore e che trova le manifestazioni più delicate, più insinuanti. Subito dopo la cena, ho assistito a una scena commovente. Un vecchio fratello laico accompagnato da un giovine padre s'inginocchia dinnanzi all'abate, dice qualche parola, poi gli bacia l'anello. L'abate lo rialza poi lo bacia due volte in fronte e così tutti gli altri padri; ma con un candore di sincerità e di gioia, che non tradiva la cerimonia, bensì la sovrabbondanza dell'amore.
Signore educami alla scuola del tuo amore.

8 agosto 1912. Giovedì. Le mie impressioni cominciano a farsi abituali, a divenire monotone. Non per questo esse perdono quella caratteristica di bellezza e di poesia che è negli uomini e nelle cose, e che non invecchia con le istituzioni. La vita monastica è come certe bellezze naturali, bisogna aver l'anima capace di comprenderle per poterle apprezzare. Essa è nata da un bisogno dello spirito, il quale in ogni tempo e nei momenti migliori ebbe sete di silenzio, di preghiera, di pace.
Chi ha detto che il monachesimo è eterno come la Chiesa non ha detto male, perchè‚ fino a che vi saranno anime che si apriranno alla vita dello spirito, la nostalgia della solitudine non sarà un privilegio ma la legge delle anime più delicate. Chi per scusare il monachesimo e dargli diritto di cittadinanza va in cerca di ragioni sociali e si sforza di mostrare, con documenti alla mano, il suo compito nella società come fattore di civiltà e di progresso nelle diverse epoche, dimentica la prima sua ragion d'essere consistendo essa soprattutto in un fenomeno psicologico.

23 agosto 1912. Venerdì. È l'ultima sera che passo in convento. L'antivigilia della ordinazione. Raccolgo le mie impressioni e l'anima in un pianto ineffabile. Dio...

24 agosto 1912. Sabato.

25 agosto 1912. Tu es sacerdos in aeternum secundum ordinem Christi...

(Primo Mazzolari, Diario, Bologna, 1974, pagg. 392-395).

Di quei giorni "clarensi" don Mazzolari tornerà a parlare il 20 ottobre 1957 sulle pagine del settimanale dei cattolici mantovani La Cittadella, in occasione della morte del clarense monsignor Domenico Menna, che di don Primo e dei mantovani fu vescovo dal 1929 al 1957.
Scriveva Mazzolari del suo vescovo: “Nel luglio del 1912 andai a cercarlo a Chiari, dov'era in vacanze, perchè mi ottenesse dai Benedettini di Solesmes, ch'egli aveva ospitato a San Bernardino di Chiari, la ospitalità di un mese per prepararmi alla Messa.
M'accolse senza espansioni, come era nel suo naturale, ma non trovando fuori di posto il mio desiderio, mi accompagnò con un biglietto sobrio ma benevolo presso l'Abate.
Quel mese benedettino è tuttora vivo nella mia memoria, e per il bene che ne ricevetti non finirò mai di essere riconoscente a quei cari monaci e a Mons. Menna che mi aprì la porta del convento”.
***
Don Primo Mazzolari era nato il 13 gennaio 1890 a Boschetto, un rione periferico di Cremona.
Ordinato sacerdote nel 1912, cappellano militare durante la prima guerra mondiale, fu parroco a Cicognara, nel mantovano, dal 1922 al 1932, quando venne destinato a Bozzolo, dove rimarrà fino alla morte.
Fu il suo atteggiamento di opposizione al regime fascista a procurargli i primi guai, anche se le esperienze per lui più dolorose erano quelle che gli procurava l'autorità ecclesiastica: nel marzo 1934 pubblicava La più bella avventura, una splendida riflessione sulla parabola del figliol prodigo. Nonostante l'imprimatur della Curia di Brescia, il libro fu denunciato al Sant'Ufficio, che lo giudicò portatore di errori dottrinali.
Don Mazzolari si sottomise docilmente: sarà, questa dell'obbedienza alla Chiesa, una sua costante. "Obbedientissimo in Cristo", soleva firmarsi quando riceveva rimproveri e censure. Nessuna ragione di qualsiasi ordine o natura gli fece mai dubitare che fosse necessario piegarsi alla Chiesa. E questo pone il prete di Bozzolo in una posizione esemplare nella storia del cattolicesimo italiano del secolo scorso.
Dopo il primo incidente con il Sant'Ufficio don Primo Mazzolari riprese a scrivere, ma sempre fra difficoltà e ostacoli: da un lato i fascisti (nel 1941 gli sequestravano in tipografia Tempo di credere, per ordine del Ministero della Cultura popolare); dall'altro i teologi della curia vaticana (decreto di biasimo nel 1943 per Impegno con Cristo) non lo perdevano d'occhio.
Dopo la Liberazione e la fine della guerra don Mazzolari fonda il quindicinale Adesso, su cui vengono veicolati con grande lucidità e coraggio i temi del potenziale rivoluzionario del cristianesimo, della politica come servizio, del disarmo, della giustizia sociale e della pace.
A quel foglio così scomodo per i benpensanti, ma così importante per la formazione morale e politica di generazioni di giovani cattolici, collaborerà anche il senatore clarense Pietro Cenini, legato a Mazzolari dall'intelligenza nell'analisi della realtà, dalla coerenza al messaggio di Cristo e dal coraggio del servizio nella città dell'uomo.
Nell段mmediato dopo guerra, per iniziativa di Pietro Cenini, il prete di Bozzolo venne a Chiari per tenere una conferenza.
Il teatro Sant丹rsola fu incapace di contenere le migliaia di persone accorse, che si accalcarono quindi nelle vie adiacenti e in piazza Zanardelli, ascoltando la sua parola attraverso gli altoparlanti.
Don Mazzolari venne continuamente raggiunto da numerosi provvedimenti canonici, tra cui il divieto di predicare fuori dalla sua parrocchia e di pubblicare i suoi scritti "senza attenta e severa revisione ecclesiastica".
Negli ultimi anni, resi duri dall'isolamento in cui era stato relegato, ebbe la consolazione di incontrare papa Giovanni XXIII, che lo definì la tromba dello Spirito Santo. Era il febbraio 1929.
Don Mazzolari sarebbe morto il 2 aprile successivo in seguito ad un colpo apoplettico che l'aveva preso durante la celebrazione della Messa, mentre s'accingeva a salire sul pulpito.
Alcuni anni fa un brillante giornalista cattolico, Angelo Montonati, ha scritto di lui: “Oggi tutti riconoscono che l'ortodossia dottrinale di Mazzolari è fuori discussione; che il suo spirito sacerdotale fu esemplare; che i suoi contributi al rinnovamento della parrocchia (suo appassionato campo d'amore e di esperienza) e all'animazione dell'impegno laicale sono ancora oggi carichi di profezia; che quel suo obbedire in piedi, che pure suonava scomodo in tanti ambienti della gerarchia, era espressione di sofferta fedeltà e di indefettibile amore alla Chiesa. Oggi è facile scriverlo; ma per lui fu un vero calvario. Purtroppo questo è il destino dei profeti”.

Mino Facchetti