ù 5 Ottobre 1862 - 5 Ottobre 2012 - Chiari, città da 150 anni - DON ELIA COMINI

DON ELIA COMINI

Quando cadde sotto il piombo nazista, don Elia Comini aveva appena 34 anni.
Era nato il 7 maggio 1910 a Calvenzano di Bologna. Quattro anni dopo, con la famiglia si trasferisce a Salvaro, sull’altra sponda del fiume Reno.
Nel 1931 era a Chiari: braccio destro del direttore del Collegio Rota, catechista, consigliere scolastico, studente presso la Facoltà di Lettere a Milano.
Si laureò a pieni voti e il 16 marzo 1935 fu ordinato sacerdote dal vescovo di Brescia, mons. Giacinto Tredici.
A Chiari assunse fino al 1941 la cura dell’aspirantato di san Bernardino.
Dieci anni ricchi di spiritualità salesiana, dieci anni tra i giovani dell'ovest bresciano con lo spirito di don Bosco, dieci anni di un'intensità straordinaria.
Venne definito “una bella intelligenza, un bel talento artistico, un cuore genuinamente sacerdotale tutto dedito alla formazione della gioventù”.
E, dopo che il piombo nazista lo falciò quel primo ottobre 1944 a Pioppe di Salvaro, venne chiamato “Martire della carità”.

Qui verso la fine di giugno del 1944, finito il suo anno di insegnamento al Collegio di Teviglio, egli era giunto per le vacanze, che trascorse vicino alla madre e portando conforto alla gente della sua terra, duramente colpita dalla guerra.
Alla fine di settembre i tedeschi erano in ritirata e, sempre più frequentemente, venivano attaccati dai partigiani. Quasi ogni giorno crepitano le raffiche di mitra e divampavano le fiamme nelle case incendiate per rappresaglia.
Il 29 settembre le S.S. di Reder attaccarono simultaneamente a Salvaro, a Grizzana, a Vergato e a Marzabotto, con la feroce determinazione di annientare ogni essere vivente nella zona del rastrellamento.
I partigiani, avvertiti per tempo, dopo i primi brevi scontri a fuoco, riuscirono a sganciarsi e a riparare sulle montagne circostanti.
In questo scenario di tregenda si consumarono le ultime ore terrene di don Comini.

Il giorno dell'attacco delle S.S., il 29 settembre, era la festa di san Michele, patrono di Salvaro.
Tra il rumore degli spari, le esplosioni delle bombe, il crepitare delle fiamme degli incendi appiccati ogni dove dalle pattuglie delle S.S., don Comini celebrò nella chiesa di Salvaro, per i parrocchiani accorsi da lui in cerca di aiuto, la sua ultima solenne Messa.
Alla fine, prostrato davanti all'altare, invocò l'aiuto della Vergine Ausiliatrice e dopo l'atto di dolore preparò i presenti ad affrontare serenamente da cristiani anche la morte.

Da una vicina cascina arrivò un giovane a portare la notizia che là i tedeschi stavano bruciando tutto, uomini e cose. Durante uno scontro tra partigiani e S.S. un ufficiale tedesco era stato colpito e la feroce rappresaglia fu immediata.
Don Comini e l'amico don Cappelli si precipitarono in soccorso delle persone in pericolo, convinti di riuscire ancora ad evitare che la rappresaglia nazista dilagasse. Pensavano di poter almeno impartire il viatico a qualche moribondo e, se possibile, salvare qualche vita.
Quando giunsero alla cascina riuscirono solo ad assistere impotenti allo scempio che le S.S. stavano facendo dei prigionieri. Settanta, tra vecchi, donne, bambini, finivano di bruciare, carbonizzati dai lanciafiamme.
Come i tedeschi si accorsero dei due sacerdoti li catturarono, li accusarono di essere spie, li spogliarono dell'abito talare e li costrinsero a trasportare munizioni, su e giù per la montagna, spingendoli con i calci dei fucili e percuotendoli come bestie da soma.
Poi, in attesa che il loro comando decidesse sulla sorte dei rastrellati, li rinchiusero insieme a molti altri in una scuderia prospiciente la chiesetta di Pioppe di Salvaro.

Il mattino del 30 settembre i tedeschi improvvisarono un tribunale presieduto da un loro ufficiale, assistito da un giovane del posto, un rinnegato che si era finto partigiano e che ora indicava ai tedeschi i partigiani, i loro familiari e quelli che avevano simpatizzato per loro.
Ad uno ad uno i prigionieri sfilarono davanti ai loro boia. I più robusti tra quelli che non potevano essere incolpati di niente, furono spediti ai campi di lavoro in Germania. Gli altri vennero condotti alla “canapiera”, in attesa dell'esecuzione.
Quando davanti al tribunale passarono i due sacerdoti, il traditore li accusò di connivenza con i partigiani e la loro sorte fu decisa.
Vennero nuovamente rinchiusi con gli altri nella “canapiera”, uno stanzone di un vicino opificio, nel quale un tempo si lavorava la canapa. Qui cinquanta prigionieri, assistiti e confortati dai due sacerdoti, vissero ore di sofferenza, di speranza, di preghiera.
Quando la mattina del primo ottobre, un influente personaggio del posto si recò a parlamentare con i tedeschi e fu quasi sul punto di convincerli a rilasciare i due sacerdoti, don Comini ringraziò ma esclamò: “O ci liberate tutti o io rimango con i miei ragazzi!”.
A sera verranno schierati sul bordo di una cisterna. Le mitragliatrici dei tedeschi, piazzate a pochi metri, dilanieranno le carni dei cinquantadue ostaggi, massacrando e mutilando. I poveri corpi crivellati saranno poi rovesciati nella melma della cisterna.

Raccontano due testimoni, miracolosamente scampati al massacro nascondendosi sotto i cadaveri, che prima che le raffiche crepitassero, don Comini, uscito dal gruppo e collocatosi in prima fila di fronte ai tedeschi, benedisse tutti alzando la mano nel segno della Croce e pronunciando a gran voce le parole dell’assoluzione.
Rivolto ai carnefici invocò ancora, non per sé, ma per gli altri: “Pietà, pietà Signore!”.

Per tutta risposta, una lunga raffica rabbiosa, lo stroncò per primo.
Per ben venti giorni i tedeschi impedirono agli abitanti di Salvaro e ai parenti di ricuperare i resti degli uccisi e di dar loro degna sepoltura. Poi, le piogge cadute in abbondanza riempiranno la “botte” e le salme, mutilate, rigonfie e putrefatte, affioreranno in un orrendo macabro spettacolo.
Una notte, sfidando la sorveglianza dei tedeschi, qualche audace riuscirà ad aprire le paratoie della botte e le acque melmose e maleodoranti della cisterna si mescoleranno, portando così il loro carico di morte, con le acque impetuose del Reno in piena.

Un autore anonimo ha scritto: “Don Elia Comini Martire, purtroppo senza colore politico, quindi dimenticato.
Aveva trentaquattro anni: una madre perdeva tragicamente il figlio, la società salesiana un sacerdote zelante, la scuola un appassionato insegnante, la musica un virtuoso.
Il sacerdote ammazzato, martire quindi della sua fedeltà alla consegna, non è più di nessuno… Gli altri morti vengono portati dalle loro fazioni nei comizi, nelle sagre e puntati con la stella alle bandiere.
L’uomo di nessuno rimane tale anche dopo il martirio”.

Una lapide presso l’Istituto Salesiano di San Bernardino (1953) così lo ricorda:

“LA FURIA DEGLI UOMINI E DELLA NATURA
DISPERSE LE TUE MEMBRA
MA IL TUO SPIRITO
SPLENDENTE DI FEDE E DI MARTIRIO
HA VINTO L’ODIO E LA SUA GUERRA”.

 

Mino Facchetti