ù 5 Ottobre 1862 - 5 Ottobre 2012 - Chiari, città da 150 anni - GABRIELE RANGONI

GABRIELE RANGONI

UN CARDINALE CLARENSE
AL SERVIZIO DELLA CHIESA E DELL'EUROPA

Fino al termine dell'Ottocento vi è stata qualche incertezza fra gli storici clarensi e quelli dell'Ordine francescano nell'attribuire i natali a Francesco Rangoni, frate tra i Minori Osservanti con il nome di Gabriele, vescovo di Alba Julia e di Egher e cardinale di Santa Romana Chiesa con il titolo diaconale dei santi Sergio e Bacco: taluni sostenevano fosse veronese, altri lo considerarono "figlio inlegittimo" del conte Guido dei Rangoni di Modena.
Lo stesso Giovanni Battista Rota, ancora nel 1880 - all'epoca del suo "Il Comune di Chiari" - non sembrava per nulla convinto di dover annoverare il cardinal Rangoni tra i suoi ed i nostri concittadini.
Ma l'anno successivo un altro storico, Andrea Battaggia, sbarazzò il campo da ogni dubbio e, forte della testimonianza di Alberto da Carrara, medico bergamasco che esercitava la sua professione a Chiari nel 1477, e di Raffaele Maffei da Volterra, scrittore di cronache romane suo contemporaneo, affermò che certamente Gabriele Rangoni era nato in Chiari nel 1410 da Martino e da una donna di casa Fogliata.

Effettuati i primi studi a Chiari, l'adolescente Francesco Rangoni si trasferì con la famiglia a Verona, dove abbracciò la Regola e la vita dei frati Minori, mutando il nome ricevuto al fonte battesimale in quello di Gabriele. Completò poi il suo "cursus studiorum" presso il convento di santa Maria d'Arcarotta, in Borgo san Giorgio, a Verona.
Pronunciata la solenne professione religiosa, il Rangoni si dedicò allo studio della filosofia e della teologia, discipline che in seguito egli insegnò per alcuni anni in vari conventi del suo Ordine. Come docente venne a lungo ricordato per "soavità, pazienza ed affetto paterno", uniti "a verace sapienza ed a schietta e maschia virtù".

Nei Paesi balcanici, agli inizi del XV secolo, era scoppiata con particolare violenza l'eresia degli Ussiti: Giovanni Huss (1373-1414), teologo e predicatore boemo, fu uno dei precursori della Riforma protestante. Sosteneva la radicale riforma della vita morale del clero e la difesa della nazione ceca nei confronti dei tedeschi. Dichiarato eretico e scomunicato, venne arso vivo a Costanza. Considerato un martire dai suoi seguaci, fu da questi "vendicato" con vent'anni di sanguinose rivolte, che misero a ferro e fuoco la Boemia e a dura prova la fede e l'unità dei cristiani di quella terra.

Inizialmente il gravoso compito di arginare il fenomeno hussita venne affidato da papa Nicolò V a san Giacomo della Marca ed a san Giovanni da Capistrano. A questi due famosi uomini di Chiesa, stimati per la loro grande dottrina e per la santità della loro vita, nell'aprile 1451 si affiancarono 13 frati Minori, tra cui Gabriele Rangoni.
Giunto in Jugoslavia, il drappello dei francescani si trovò ad affrontare un altro impellente problema: i Turchi erano ormai vicini al cuore dell'Europa. San Giovanni da Capistrano ed i suoi confratelli organizzarono allora un esercito di crociati, che il 22 luglio 1456 riuscì a fermare le truppe ottomane alle porte di Belgrado. Ma san Giovanni da Capistrano moriva il 23 ottobre dello stesso anno ed il papa Pio II nominava nuovo responsabile della missione il Rangoni, elogiandolo "per la esemplarità della vita e per la predicazione della Divina Parola".
Dopo aver ricoperto per dodici anni l'incarico di Vicario provinciale dell'Ordine francescano per Austria, Polonia e Boemia, fra Gabriele Rangoni venne consacrato vescovo da papa Sisto IV il 18 dicembre 1472. Destinato dapprima a governare la diocesi di Alba Julia, in Transilvania (Romania), venne destinato nel 1475, su richiesta del re d'Ungheria Mattia Corvino detto il Paleologo, alla diocesi di Agria, l'attuale Egher. Lo stesso pontefice, il 10 dicembre 1477 gli conferiva la porpora cardinalizia.
Il Rangoni rimase in Ungheria per altri 18 mesi; al suo ritorno in patria venne accolto da grandi manifestazioni di stima e di simpatia: Brescia fece dipingere il suo stemma in luoghi "pubblici e congrui", gli spedì incontro una delegazione di patrizi ed elevò ai ranghi nobili i suoi parenti.
Anche Chiari fece dipingere il suo stemma sulle facciate del Duomo e della chiesa di san Bernardino, testimonianze cancellate dal furore giacobino della Municipalità il 17 maggio 1797.
Di quello stemma ci rimane comunque l'immagine sull'antiporta del codice "Statuta Clararum" (1560): uno scudo diviso a metà, con a sinistra, in campo argenteo, un leone rosso rampante con una corona; nel quarto superiore destro, tre conchiglie d'oro in campo azzurro e, in quello inferiore, un leone d'oro su fondo nero.

Il porporato ricambiò concorrendo generosamente alle spese per la ricostruzione della chiesa dei santi Faustino e Giovita. Il fatto è così ricordato da Bernardino Faino, uno storico bresciano del Seicento: "Siccome la contingenza dei tempi calamitosi per l'occasione di guerre in Lombardia fece che il Serenissimo Principe impose alcune gravezze più dell'ordinario, per le quali la Comunità fu necessitata a sospendere la fabbrica: il che inteso dal Cardinale Rangoni, sotto li 17 dicembre 1481 scrisse al Principe di Venetia e a Sebastiano Badrucci, che era avogadro in queste parti, acciocchè havessero la terra di Chiari raccomandata e si compiacessero mantenergli i suoi privilegi: e così tosto il Doge esentò la terra di Chiari da ogni gabella acciocchè proseguisse la fabbrica della chiesa".

Inoltre, il Rangoni, che nel frattempo ricopriva l'incarico di Legato pontificio presso la Serenissima, insignì di onorificenze ecclesiastiche sei sacerdoti clarensi: il prevosto Faustino Bosetti, i canonici Paolo Fogliata, Nicola Bonotti, Giovanni Bigoni ed i sacerdoti Bettino Moroni e Domenico Bontempi. Tutto ciò è ancor oggi documentato in una pergamena custodita presso la Fondazione Morcelli-Repossi.

Il 6 dicembre 1479 il cardinal Gabriele Rangoni entrava solennemente in Roma e ben presto le sue doti di intelligenza e di grande apertura gli guadagnarono la stima e l'affetto di tutti.
Già in quell'anno aveva portato a termine, con intelligente e paziente mediazione, un importante trattato di pace tra i re Casimiro di Polonia, Ladislao di Boemia e Mattia d'Ungheria.
Nel 1480 i Turchi occupavano la città di Otranto e il papa, allarmato, inviava il Rangoni in qualità di Legato apostolico presso Ferdinando, re di Napoli, affinchè facesse lega con altri principi per liberare la città pugliese dai musulmani. Raggiunto l'obiettivo, il Rangoni rientrava in Roma, accolto con grandi onori "per la destrezza della mente, per la maturità del consiglio, per la mansuetudine dell'indole, e pel ricco ornamento della dottrina e della pietà".
Gabriele Rangoni fu anche un uomo sensibile al bello e all'arte: a Roma finanziò il restauro della chiesa dei santi Sergio e Bacco, presso l'arco di Settimio Severo, di cui era titolare; commissionò il rifacimento della convento e della chiesa dell'Aracoeli; a Chiari concorse alla riedificazione cinquecentesca del Duomo ed in particolare di tre cappelle, sia, come già detto, con offerte personali, sia ottenendo dalla Serenissima particolari esenzioni in dazi e gabelle.

Il Rangoni fu anche autore di alcuni scritti: dalla "Vita di san Giovanni da Capistrano", edita a Como nel 1479, al "De erectione Montis Pietatis", conservato manoscritto a Firenze; dalla "Apologia adversus hoereticos" al sermone "Pro armis adversus Turcas capiendis", un invito a far lega contro i Turchi di cui dà notizia Ferdinando re di Napoli nel 1480.

Gabriele Rangoni moriva "piissimamente" nel convento dell'Araceli il 27 settembre 1486; il 7 ottobre iniziarono i riti funebri, che durarono sette giorni per l'enorme "concorso di popolo, di religiosi e di nobili".
Il cardinale clarense venne, infine, sepolto nella cappella di san Bonaventura, presso la chiesa dell'Araceli, ancor oggi contraddistinta alla sommità della volta dallo stemma del porporato.

Chiari ha sempre mostrato grata ed orgogliosa memoria verso questo figlio della sua terra e nel 1901, quando dedicare una via era operazione culturale più che toponomastica, gli intitolò quel segmento di strada che congiunge via Marengo a piazza delle Erbe, precedentemente chiamata vicolo dell'Aceto.

 

Mino Facchetti