ù 5 Ottobre 1862 - 5 Ottobre 2012 - Chiari, città da 150 anni - GIOVANNI MARIA TIBERINO, MEDICO ANTISEMITA

GIOVANNI MARIA TIBERINO,
MEDICO ANTISEMITA

Scrive uno studioso bresciano, Mino Morandini: "È tristemente noto il vergognoso processo per il presunto omicidio rituale di Simonino da Trento che, nel 1475, costò la vita, dopo atroci torture, a quasi tutti i componenti la locale comunità ebraica. Altrettanto nota è la diffusione del culto di Simonino in territorio bresciano, un fatto che probabilmente dev'essere messo in relazione con la presenza di alcuni bresciani tra i protagonisti della tragica vicenda trentina. Tra costoro c'era Giovanni Mattia Tiberino, medico ed umanista originario di Chiari che, con il suo referto autoptico prima e la sua Passio beati Simonis Pueri Tridentini poi, ebbe un peso decisivo nella costruzione di questa truce leggenda antiebraica".
Giovanni Mattia Tiberino (o Tabarino) era dunque nato a Chiari.
Lo storico clarense Germano Jacopo Gussago, il francescano "zoccolante" di san Bernardino a cui spesso facciamo riferimento nel raccontare le nostre storie, scrive che : "Qual fosse l'anno preciso della sua nascita, e quali i suoi genitori, non è giunto a nostra contezza".
Nipote di un sacerdote residente della Collegiata di Chiari, tal don Antonio Tabarino, che lo protesse, chiedendo per lui sussidi al Comune di Chiari, il nostro Giovanni Mattia nel 1468 frequentava la facoltà di Medicina presso l'Università di Pavia. Laureatosi, venne chiamato a Trento ad esercitare la professione di medico dal podestà di quella città, il bresciano Giovanni de Salis.
Ed è in questa posizione che, il 21 marzo 1475, il Tiberino venne chiamato, insieme a due colleghi, a redigere un rapporto sull'autopsia eseguita sul cadavere di un bimbo di tre anni di cui si conosce solo il nome: Simonino. Si legge in un documento dell'epoca: "Chiamar si fece Arcanzolo Baldino cum dui compagni in simile Scienza medici eletti: un cittadin trentino Cristoforo (de Fatis) Tarlaco nuncupato, el terzo Zuan Mathia de Tyberino. Che andassero a veder per ogni lato se Symonetto infante di ferita è morto...”.
Della morte del piccolo, avvenuta con ogni probabilità per annegamento accidentale, furono incolpati, processati e condannati alla pena capitale, nel giugno 1475, numerosi ebrei della comunità tridentina.
"Nella vasta documentazione esistente sul processo, variamente utilizzata nel corso dei secoli da polemisti, apologisti e studiosi, l'opuscolo del Tiberino spicca per l'ampia e fulminea diffusione, che dà la dimensione della sua notevole efficacia propagandistica" (Morandini). Infatti, già prima della sentenza, il libello del Tiberino, scritto sotto forma di lettera ai compatrioti bresciani (Rectores, Senatum Populumque Brixianum), era stato dato alle stampe in latino ed in tedesco.
L'unica copia dell'edizione tedesca è ora conservata nella Bayerische Staatsbibliothek di Monaco.
Lo scritto del Tiberino è caratterizzato, sempre secondo il Morandini, dalla "velleità letteraria del testo". Infatti "per dare credibilità al neobeato e per far mostra della propria valentia umanistica, il Tiberino sfoggia citazioni dai classici e dalla Scrittura, insistendo sulla presunta somiglianza tra il bambino Simone e il Bambin Gesù, tra il martirio di Simone e la Passione di Cristo; naturalmente il risultato è fallimentare, per gli involontari scivoloni nel grottesco che un paragone tanto arrischiato comporta, eppure la risonanza presso l'opinione pubblica fu largamente favorevole".
Ragioni di spazio ci impediscono di pubblicare il testo dell'Epistola de martyrio Simoni pueri, qui Tridenti a Judaeis interfectus est (Lettera sul martirio del piccolo Simone, che a Trento è stato ucciso dai Giudei), un'opera che è stata definita "della più squallida rabbia antisemita".
Lasciata Trento, nel 1479 il Tiberino era ad Iseo, da dove, in compagnia del clarense Pecino Bigoni, muove alla volta di Villaco per incontrare il cardinale Gabriele Rangoni, appena elevato all'onore della porpora cardinalizia.
Dopo un soggiorno a Chiari, nel 1482 Giovanni Mattia Tiberino tornava a Trento in compagnia dei figli.
E' probabile che la morte l'abbia colto poco dopo.
Ovviamente al medico clarense si deve anche la diffusione del culto del beato Simonino in terra bresciana. In effetti, secondo il Gussago, sono tre le immagini del piccolo trentino nella nostra provincia: una dipinta nel 1488 nella chiesa del Carmine a Brescia; un'altra a Palazzolo "sul muro di certa casuccia"; una terza "in Chiari nel Convento de' Minori osservanti, intorno a cui vi erano dipinti gli atti della passione del santo Fanciullo, ma nel ristauro che fecesi dell'edifizio di essa Chiesa cadente, vennero a perire".
A noi risultano altre sue effigie, tra cui un affresco nella chiesa di santo Stefano a Rovato e un'intero ciclo pittorico nella chiesa di san Bartolomeo o della Misericordia in Albino.

Ci pare corretto chiudere queste brevi note biografiche sul medico clarense, ricordando che di lui il Gussago annota che "seppe accoppiare alle lettere e al sapere una soda pietà e religione, cosa che nella maggior parte de' letterati e de' dotti è assai rara" e che storici bresciani quali il Rossi ed il Cozzando lo qualificano come "uomo colto e versato nelle filosofiche scienze, nell'arte oratoria e nella medicina".

 

Mino Facchetti